Le metafore del suono

suono del cielo

Cosa accomuna l’esperienza sonora con il cielo e con lo spazio che si apre intorno a noi? Cosa tiene insieme due concetti all’apparenza così distinti?

Parlare del suono non è cosa semplice. Soprattutto se si decide di parlarne nel momento in cui esso si relaziona con noi. Ovvero, quando smette di essere solo un fenomeno vibratorio e non è ancora diventato esclusivamente impulso neurale.

In questo momento di contatto tra il suono e l’ascoltatore si apre un mondo

Un mondo complesso e di confine, dove si fanno vive sensazioni spaziali ed emotive, mnemoniche e proiettive.

Un terreno insidioso, da sondare con lenti filosofiche, percettive, antropologiche e psicoacustiche, nel quale per orientarsi diventano utili le metafore. Le metafore del suono, in particolare, similitudini spaziali e materiche, che cercano di catturare il fenomeno sonoro con la stessa suggestione immaginativa con la quale esso colpisce l’ascoltatore.

Due esempi per descrivere una sensazione sonora attraverso lo spazialità possiamo ritrovarli nel “Wall of sound” di Phil Spector, Un muro immateriale”, ma ugualmente coeso e impenetrabile, “creato solo dai suoni”; oppure in “Ocean of Sound”, titolo del bellissimo volume di Davide Toop, dj e studioso londinese, che utilizza questa metafora per descrivere quel “continuo di suono in cui siamo immersi”.

Cosa è dunque l’esperienza del suono dal punto di vista della percezione, del ricordo, dell’emozione? Com’è l’esperienza del suono?

“E’ come il cielo”, rispondono alcuni. Una risposta in metafora, che richiama ancora quel legame percettivo profondo tra lo spazio e il suono.

Un cielo vasto, aperto e blu in cui perdersi. Una metafora utilizzata da William James, psicologo e filosofo americano che si dedicò a diversi aspetti della percezione, ripresa da Vicktor Zuckerkandl, musicologo austriaco, e infine da Tim Ingold, antropologo che si occupa da anni, in modo originale e con un particolare interesse critico del tema dei soundscapes.

suono del cielo

L’intuizione di questa similitudine, come anticipato, è di James, secondo il quale l’esperienza sonora è paragonabile a quella di quando guardiamo il cielo sdraiati sul dorso. Lui dice una “simple total vasteness”, connotando nel paragone con il cielo un’idea di “relazione tra noi e il fenomeno sonoro fatta di contatto e di perdita in esso”.

Questa metafora viene ripresa da Zuckerkandl che si preoccupa nel suo libro, Sound and Symbol, di sottolineare la differenza percettiva del fenomeno sonoro rispetto resto delle sensazioni. Lo fa in relazione alla spazialità, vera e propria caratteristica distintiva del sonoro.

Il suono,  a differenza del colore a cui spesso viene avvicinato o contrapposto, ha un’esigenza spaziale dovuta al fatto di essere in movimento

Non esiste suono fermo. Non esiste suono che non occupi lo spazio che lo circonda e coinvolga propagandosi l’ascoltatore presente.

suono e colore

Secondo Zuckerkadl l’esperienza dello spazio avviene in modo privilegiato attraverso i suoni e il sonoro. Nelle sue analisi, infatti, segna una linea netta di demarcazione tra lo spazio percepito attraverso gli occhi e la vista, e quello dell’udito: gli uni localizzano e mettono insieme uno spazio fatto di una successione di punti e oggetti, mentre l’udito crea uno spazio unico, dove i suoni, in movimento, si amalgamano e coinvolgono lo spettatore.

Lo spazio del suono è  uno spazio fluido, che si muove, si allarga e si stringe in relazione ai suoni che lo occupano

Un flowing space, utilizzando un termine ripreso dal fisico Melchior Palagy. A proposito di flowing space, è interessante anche notare come ci siano stati diversi esperimenti architettonici su quest’idea di relazione fluida tra suono e spazio, uno su tutti è il Philips Pavillion costruito per l’EXPO di Parigi del 1958 da Le Corbusier, dove venivano diffuse musiche di Xenakis e Varese.

Philips Pavillion le courbasier

Il libro di Zuckerkandl ovviamente va più a fondo con le considerazioni e con le analisi, ma per il nostro scopo possiamo citare due frasi chiave che rendono bene l’idea della similitudine con il cielo dello spazio uditivo:
“the depht I hear is not a being at a distance; it is a coming from a distance” e poco oltre “where the eyes draws the strict boundary line that divides without from within, world from self, the ear create a bridge”.

Lo spazio del suono non ci mette in opposizione al suono stesso ma ci consente di immergerci. Proprio come quando guardiamo il cielo blu sdraiati sul dorso e non vediamo confini

Ovviamente quest’analisi di Zuckerkandl è stata bruscamente ridotta all’osso, tralasciando un’infinità di questioni che vengono aperte per dare spazio alla metafora del cielo tratta da Tim Ingold, antropologo inglese studioso di soundscapes, che nel 2011 ha pubblicato un incisivo papier dal titolo: “Against soundscapes. Four obiection to the concept of soundscapes”.

Abbiamo a che fare, parlando di soundscapes, con la relazione più immediata e nota tra la suono e lo spazio: quella del luogo. Un luogo descritto attraverso l’insieme degli elementi sonori che lo caratterizzano.

Ingold si appoggia alla metafora del cielo ma ci arriva con un percorso in quattro tappe

L’obiettivo è rivedere il termine soundscapes e ciò su cui esso è fondato, “four reason why I think the concept of soundscapes would be better abandoned”, come dice egli stesso.

Ciò a cui Ingold si oppone è la netta divisione tra mind and matter, ed in questo la metafora del cielo e del “perdersi all’interno” gioca a suo favore. Ingold però, partendo dalla similitudine con il cielo, fa un passo in più: passa dal flowing space, al suono come weather, fenomeno atmosferico che coinvolge l’uomo, mettendo in scena un pragmatismo da antropologo che al filosofo e musicologo austriaco mancava. Interessante è anche notare come questo termine “Weather”, legato ai mondi sonori e agli ambienti, venga utilizzato, con una lettura differente, anche da David Toop nel suo libro “Haunted Weather”, dove indaga con grande finezza tutta una serie di rimandi e giochi emotivi di suono, silenzio e memoria che coinvolgono le atmosfere sonore.

Suono, luce, aria, sono fluxes, media fluenti, o weather, fenomeni atmosferici in cui siamo immersi

“Sound” per Ingold is not what we hear, any more than light is what we see”, il suono è un medium, non un oggetto, anche se siamo abituati a studiarlo così “dalla distanza”. “We don’t perceive it, we percieve in it”, come quando guardiamo uno stormo di uccelli o il passaggio delle nubi nel cielo.

suono del cielo

“Sound in my view is neither mental nor material but a phenomenon of experience – that is of our immersion in, and commingling with, the world in which we find ourselves”.

L’indagine sul suono, quella rigorosa e ben fatta, deve andare alla radice delle cose

In modo filosofico, antropologico e psico acustico deve addentrarsi nel rapporto suono-spazio per comprendere il più possibile come si sviluppi un rapporto d’interazione tra noi e il mondo esterno.

Aldilà delle metafore questa è la chiave con cui leggere il suono: un fenomeno di contatto, di continuità tra noi e il mondo esterno dove si affollano sensazioni, percezioni, concetti ed emozioni. Un fenomeno dell’esperienza.

 

Simone Broglia

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