Quando la radio incontra il cinema

Radio On Air

La scorsa settimana abbiamo assistito ad una rassegna storica sul 90° anniversario della radio italiana.

La sera del 6 ottobre 1924,  alle 21, davanti ad un enorme microfono,  Maria Luisa Boncompagni aveva dato il primo annuncio: “Unione Radiofonica Italiana, stazione di Roma Uno, trasmissione del concerto inaugurale”.

In questi 90 anni, le radio con i loro speaker hanno descritto il mondo, quando il mezzo radiofonico faceva discutere e sognare, accompagnando le persone, giorno dopo giorno, in una sorta di immaginario collettivo. Scenari di pace, di guerra, di storia vissuta. Talvolta scenari verosimili di invasioni aliene.

Nel mio immaginario, rimangono impressi 5 film, 5 opere memorabili nelle quali la musica si fonde con il  cinema, per mezzo della radio, in una descrizione moderna della storia dei nostri tempi.

 

Radio Days

Radio Days di Woody Allen è il film che ritrae, in modo nostalgico, gli anni ’30.  E’ questo il periodo d’oro della radio. I personaggi parlanti nel film sono 97. I brani musicali ben 93.  Il periodo è quello che va dagli anni ’30 alla notte del Capodanno 1944. Un momento in cui il mondo stava per cambiare, la guerra stava per finire e così anche la vecchia radio con i suoi divi. Voci, suoni e musiche univano un mondo ancora lontano, in un tempo in cui la televisione non esisteva ancora. Il regista in questo film non compare mai fisicamente, ma la  sua voce fuori campo presenta  “i giorni della radio”, quelli ingenui e spensierati, quelli di un bambino ebreo che viaggia sulle ali della fantasia attraverso fiction avventurose e lo fa con un montaggio che si muove sul filo della memoria e della nostalgia, attraverso i ricordi dell’infanzia e con un tocco di umorismo. Semplicemente geniale, per me rimane il film più bello di Woody Allen.

 

Radio America

Radio America è l’ultimo film di Robert Altman. E’ la storia che narra l’ultima puntata di un popolare show radiofonico: “A Prarie Home Companion”,  un successo della metà degli anni ’70, seguito su 558 frequenze  in tutta l’America. Un programma ricco di battute esilaranti e musica country, sul punto di chiudere i battenti dopo trent’anni di messa in onda, perché il teatro da cui trasmette sta per diventare un parcheggio. Nel corso dell’ultima puntata, tra il palcoscenico e il dietro le quinte si alternano personaggi reali e surreali sapientemente guidati dal conduttore Keillor. Personaggi che hanno reso un successo “A Prarie Home Companion” e che, consapevoli della chiusura del programma, tra una pausa e l’altra si raccontano allo spettatore attraverso ricordi ed esperienze sulle note della musica country. E’ un epilogo nostalgico che sottolinea la fine di una generazione e della radio o, per meglio dire, di un certo modo di fare radio. Altman è impeccabile come sempre.

 

I love Radio Rock

I love Radio Rock è diretto da Richard Curtis. Nel 1966, il periodo più straordinario per il pop britannico, la BBC trasmetteva solo 2 ore di rock and roll alla settimana. Ma una radio privata trasmetteva musica rock e pop da una nave al largo della Gran Bretagna. 24 ore al giorno,  25 milioni di persone, ascoltavano questi pirati ogni giorno. La radio pirata ha attirato l’attenzione del Ministro Dormandy che dà la caccia a questi fuorilegge. In un epoca in cui i polverosi corridoi del potere si adoperano per reprimere qualsiasi cosa abbia a che vedere con l’esuberanza giovanile, Dormandy coglie l’occasione di raggiungere un risultato politico nel tentativo di mettere fuorilegge i pirati e rimuovere la loro nefasta influenza dal Paese una volta per tutte. Il risultato è letteralmente una tempesta in alto mare. Con Radio Rock in pericolo, i suoi devoti fan si radunano e mettono in scena un epico salvataggio alla Dunkirk, con centinaia di barche mobilitate per salvare i loro eroi deejay.

 

Talk Radio

Talk radio, diretto da Oliver Stone, è tratto da un monologo teatrale scritto da Eric Bogosian ed ispirato alla vita di Alan Berg, uno spregiudicato conduttore radiofonico ebreo ucciso a Denver nel 1984 da un gruppo neonazista. Un microfono, uno speaker notturno e una buona dose di cattiveria. Un programma radiofonico a microfono aperto che accoglie le confessioni dei suoi ascoltatori ma non esita a giudicarli. La radio diventa una valvola di sfogo sociale che presto si rivela autodistruttiva. Nessuno vuole sentirsi dire che l’America è violenta, razzista e piena di odio ma, al tempo stesso, tutti sono ipnotizzati dalle sue parole pur non volendo raccoglierne il vero significato. Ancora una volta Stone, in qualità di acuto osservatore della società americana, punta il dito contro errori ed orrori della madrepatria.

 

Good Morning Vietnam

Good Morning Vietnam di Barry Levinson è ispirato ad un personaggio vero. E’un film comico sul conflitto vietnamita, che tra una battuta e l’imitazione di qualche politico statunitense, accende i riflettori sulle assurde ragioni della guerra. Le simpatiche performances di Cronauer conquistano i soldati ma non i superiori, perché considerato pericoloso. Così come viene considerata pericolosa la musica rock, ribelle, che rivoluziona la radio militare finora caratterizzata da programmi melensi.

 

 

 

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